Misterioso

scritto da davide cibic
Scritto Ieri • Pubblicato 15 ore fa • Revisionato 15 ore fa
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Testo: Misterioso
di davide cibic

Uscii presto quella mattina, del resto ne avevo tante da fare.

Come prima cosa andai al negozio di alimentari. Presi della frutta e degli ortaggi. Imbustai un po’ casualmente, senza saggiar l’integrità dei prodotti. In genere ne controllo colore e consistenza ma quel giorno non lo feci, tranne che per dei datterini che erano talmente avvizziti da dover per forza ripudiare. Peccato, perché a me piacciono i pomodori ma vabbè, non ero certo l’unico ad essere insoddisfatto.

Poi mi dedicai al pane: ce n’era di ogni tipo, integrale, segalino, con i semi di zucca. A me piace quello tagliato a fette, ma quel giorno non c’era. Chiesi un po’ in giro ma nessuno mi seppe dire. Una signora borbottò qualcosa. L’avevo già vista, non era la prima volta che la sentivo lamentarsi, ma non credo fosse per il pane a fette.

Poi mi recai alla zona detersivi: ne avevo bisogno in effetti, ma ero intralciato dai carrelli che stazionavano in mezzo alla corsia. Un paio di commesse stavano litigando tra loro, ma credo niente di grave. Io cercavo il detergente profumato alla rosa ma non lo trovai. Sull’etichetta c’è una bella rosa rossa e in genere io credo a quello che dicono le etichette. Comunque del profumo di rosa non c’era traccia, che poi le rose hanno talmente tante fragranze che mi domando come si faccia a concentrarle in un flaconcino di plastica. Naturalmente c’erano molte alternative ma non è che mi convincessero.

Le commesse presero ad alzare il tono di voce. Che scarsa professionalità, pensai. Le signore anziane muovevano i carrelli con grande difficoltà. Si arrestarono quasi tutte nei pressi delle commesse petulanti, come se fosse vietato passar oltre.

Invece io proseguii verso i latticini. Quanta scelta, pensai. Formaggi molli, stagionati, speziati. Più che altro mi colpivano i colori delle confezioni. Colori accesi, vivaci, una sarabanda di tinte che distoglieva. Non capisco cosa centrassero con la purezza del latte. Feci scorta di mozzarelle, quelle più sobrie in realtà. Del resto ne mangio a iosa.

Poi del tonno in scatola, degli spaghetti trafilati, dei biscotti ricchi di fibre e frutta.

“Ha bisogno di affettato?” mi domandò un inserviente indicandomi il banco dei salumi. In effetti non c’era nessuno in coda a esigere prosciutti e altre delizie, per cui avrei potuto approfittarne. L’inserviente mi fece quella domanda come se si trattasse di cosa imperdibile e il salumaio mi guardò di sbieco, quasi con sospetto. Spiaceva deluderli ma tanto avrebbero fatto lo stesso con i clienti a seguire.

Ero quasi arrivato in cassa e, a scanso di equivoci, controllai il contante. Ne avevo a sufficienza, eppure verificai e conteggiai più e più volte. A ben vedere avrei avuto bisogno anche di altra spesa, però ormai si era fatto tardi, dovevo proseguire.

Fuori dal negozio chiamai Franco e lo avvisai che stavo per arrivare. Ma prima passai in tabacchino e comprai un pacchetto di sigarette, che naturalmente non erano per me. Temporeggiai un po’, anche perché come al solito la tabaccaia si rivelò gradevole. Lei è una donna solare, affabile e di ottima cultura. Snocciola notizie e aneddoti con grande facilità. Sembra che abbia viaggiato in tutto il mondo, e io ne rimango sempre incantato. Però Franco mi stava aspettando.

Lungo il tragitto feci in tempo a ritirare la giacca in pulitura. Mi piace esser elegante, almeno ogni tanto, per questo la faccio pulire: non si sa mai che ci sia l’occasione.

Infine arrivai in ufficio. Stranamente parcheggiai con comodità, quasi il cielo mi avesse fatto un regalo. Mi pesa un bel po’ fare i quattro piani di scale ma del resto non amerei prendere l’ascensore, per molti motivi.

Sulla mia scrivania c’era già un mucchietto di consegne e il telefono stava squillando. Era il cliente della sera prima: sempre lui. Finalmente mi parlò e alla fine credetti di aver risolto le sue rimostranze. Del resto è quello che so fare meglio.

“Il capo ti sta aspettando” mi gelò Franco.

“Come? E perché? Dovremmo vederci tra una settimana, non prima…”

Franco sollevò le braccia al cielo. Io sgranocchiai un grissino prima di entrare. Era buono, al sapore di pepe e formaggio. Entrai senza masticare. Non che al capo dia fastidio, ma ne dà a me: non mi piace parlare con del cibo in bocca.

Dopo dieci minuti ero già di ritorno. “Scommetto che almeno stavolta non ti ha trattato male” fece Franco spalancando la sua piccola bocca. Ero rincuorato in effetti, e proprio in quello arrivò Moira. Era ancora più bella. Non so come facesse ogni volta a essere sempre più bella. Ogni volta.

E ogni volta il telefono la catturava, lei e il suo profumo di rosa. Franco alzò di nuovo le braccia e così facendo oscurò Armando che altro non voleva se non consegnarmi una cartellina.

Poi mi rivolsi alla mia mail. L’accesso mi era ancora inibito. Si trattava di un problema tecnico, mi aveva spiegato l’assistenza, però persisteva ormai da più di ventiquattr’ore, e la cosa non andava bene: loro dovevano risolvere, altrimenti c’era una penale.

Mi alzai un po’ sconsolato e scesi al bar. Andai da solo. Non pensai nemmeno ad invitare Franco: spero non se la sia presa. Gli avventori erano i soliti. Parlavano tutti di politica, di guerra, e ciascuno di loro pensava di aver ragione. Pagai in fretta e biascicai un paio di parole sgarbate. Del resto il caffè era pessimo, non era il caso di rimanere là dentro.

La mattinata in ufficio scivolò via veloce. Avevo diversi appunti da sistemare. Nel giro di un paio di giorni avremmo avuto una riunione abbastanza importante: si trattava di alcuni fornitori cui il capo teneva particolarmente. Volevo fare bella figura, lo ammetto, e non è una cosa che mi capita spesso.

Moira rimase al telefono troppo a lungo quella mattina. Si può dire che non scambiammo nemmeno una battuta. Forse nemmeno uno sguardo.

Poi arrivò la pausa pranzo. Maccheroni con il sugo di carne, avevo voglia di maccheroni con il sugo di carne. A tavola si unirono Armando e Letizia. Letizia è una giovane stagista del reparto acquisti. Ha il naso storto ma questo non la rende meno simpatica.

Dopo pranzo mi chiamò mio cugino. Era qualche mese che non ci si sentiva. Mi è parso stesse bene, lui e anche i suoi figli. Il punto è che lui ha quel fastidioso difetto di pronuncia e non sempre si capisce tutto quel che dice. E poi da quando vive in Australia ha acquisito un po’ d’accento locale che lo fa sentire ancora più lontano.

Nel pomeriggio la mail tornò a funzionare e altre belle notizie si aggiunsero. Mi chiamò l’idraulico avvisandomi che il guasto alle tubature non era così grave com’era sembrato all’inizio. Insomma, avrei risparmiato un po’ di soldi. Tirai un sospiro di sollievo e lo raccontai persino ad Armando.

Poi mi scrisse la mia ex moglie avvisandomi che finalmente saremmo riusciti a vendere il terreno che avevamo in comproprietà. Un’altra fausta notizia.

La giornata si stava dipingendo di rosa, non c’è dubbio. Anche se non scordavo la parte di spesa che non ero riuscito a prendere.

Decisi di andarmene dall’ufficio abbastanza presto. Non erano nemmeno le cinque. Moira mi accompagnò all’uscita. Ogni tanto lo faceva, soprattutto se aveva qualcosa d’importante da dirmi, o meglio qualcosa che lei riteneva importante. Mi disse che il capo l’aveva trattata male, che lei non se lo meritava. Aveva un profumo di rosa molto invitante, ma non quello del detersivo. “Nessuno dovrebbe esser trattato male, Moira, porta pazienza, sai com’è fatto il capo…” Provai a sfiorarle la spalla ma lei s’irrigidì e mi guardò con sospetto, come aveva fatto quella mattina il salumaio cui non mi ero avvicinato per gli affettati.

Me ne andai quindi, pensando poco a Moira e di più alla mail che era di nuovo funzionante. In fondo, cosa c’è di meglio della propria mail che funziona a dovere?

Prima di rientrare a casa mi fermai ancora in un paio di posti per delle commissioni: ne avevo proprio tante quel giorno. Per primo l’ufficio postale per pagare la bolletta dell’acqua. Il martedì l’orario di apertura al pubblico è fino alle diciannove: perché non approfittarne? Mi piace quell’ufficio, c’è tanta gente giovane e sono tutti sorridenti. Quanta armonia, quanta concordia, ho pensato. Chissà perché.

Poi dal rivenditore di articoli elettrici. Era già un po’ che dovevano ripararmi l’abat-jour, ma anche quella sera niente da fare. E ormai stava imbrunendo.

Parcheggiai distante da casa e feci a piedi l’ultimo tratto. Il parcheggio è sempre un problema da me. Le automobili sono accatastate le une sulle altre: non si riesce ad uscire, non si riesce ad entrare.

Prima della porta di casa tastai nel soprabito. C’era ancora il pacchetto di sigarette. Mi spiace per Franco ma del resto lui sa che dovrebbe smettere.

Aprii la porta mentre squillava il telefono. Era la mia ex-moglie. Lo so cosa avrebbe voluto, parlare del terreno, di quanto era stata brava a trovare un acquirente. Tutto vero, per carità, ma non avevo voglia di fare conversazione.

Mi adagiai sul divano. La televisione era già accesa. Il gatto non aveva voglia delle mie ginocchia e se ne rimase un po’ in disparte, a sorridere come solo lui sa fare.

 

 

 

 

 

 

Misterioso testo di davide cibic
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